Avere successo all’università – Parte 2 (di 5)

Avere successo all’università – Parte 2 (di 5)
L’importanza dell’uso di strategie efficaci nello studio all’univestità.
A cura della Dott.ssa Marta Pecchi

Leggi anche la parte precedente di questo articolo.

Una volta giunto all’università, lo studente possiede già un repertorio di strategie da lui create e sperimentate. Nelle situazioni migliori esse risultano valide ed efficaci, mentre in altri casi si tratta di procedure poco funzionali all’apprendimento.

Negli ultimi anni numerose ricerche hanno analizzato questo specifico aspetto dello studio universitario. Uno studio condotto da Wood, Motz e Willougbby (1998) riporta che la maggior parte degli studenti universitari esaminati dichiara di aver appreso in maniera autonoma le strategie di studio che utilizza abitualmente (64% del campione), il 18% afferma che gli sono state insegnate da un familiare e solo il 14% dichiara di averle imparate a scuola. Il dato per cui alla richiesta impegnativa per la preparazione di un esame non è spesso affiancato un adeguato sostegno circa il metodo di studio, può determinare una modalità inadeguata di affrontare i compiti di apprendimento, successivamente difficile da modificare.

Abitualmente gli studenti si affidano a strategie di studio inefficaci e poco articolate, quali la ripetizione o la semplice sottolineatura, anche se ne conoscono di più sofisticate. Essi infatti mancano nella gran parte dei casi di un adeguato livello di motivazione, stile cognitivo funzionale e capacità di controllo metacognitivo. Per fare un esempio, la ripetizione è una delle strategie più utilizzate dagli studenti e anche più efficace, tuttavia essa viene spesso applicata in modo rigido e automatico, cercando passivamente di memorizzare i contenuti del testo, senza magari aver compreso fino in fondo il significato. Molti studenti hanno un metodo di studio eccessivamente legato alla struttura del testo e fanno un uso eccessivo e indifferenziato della sottolineatura. Molti sono soliti sottolineare in prima lettura senza differenziare tra contenuti più o meno importanti, dichiarando che questa pratica consente loro di mantenere la concentrazione; nel far ciò tuttavia la sottolineatura perde la sua funzione di selezione dei contenuti e di guida alla schematizzazione delle informazioni (Turner, 1992).

Wood et al. (1998) hanno chiesto ad un campione di 70 studenti universitari, iscritti al primo anno, di descrivere, attraverso un questionario a domande aperte, il loro abituale modo di studiare. I risultati ottenuti indicano che quando essi devono affrontare una situazione particolarmente difficile di apprendimento prediligono una strategia di semplice ripetizione. In realtà, essi dichiarano di conoscere anche strategie più efficaci, ma ammettono di utilizzarle molto raramente e solo per i compiti più facili. Il 48% degli studenti inoltre dichiara di utilizzare la stessa strategia indipendentemente dal corso di studi che sta seguendo: tale comportamento sembra essere dettato dal fattore “familiarità” e dall’esito positivo registrato nelle precedenti esperienze.

Pertanto, il comportamento strategico degli studenti universitari nella loro quotidiana pratica di studio è caratterizzato da un atteggiamento passivo e abitudinario: la pianificazione del lavoro da affrontare e una costante verifica del processo di apprendimento non fanno parte del metodo di studio abituale di molti studenti; inoltre vi è la tendenza a studiare molto materiale in poco tempo, concentrando l’impegno nei pochi giorni prima dell’esame.

In Italia, Albanese e Fiorilli (2001), confrontando il metodo di studio di studenti al secondo e al quarto anno di corso, affermano come i più giovani utilizzano come indice di efficacia la quantità di materiale ricordato e danno molta importanza alla capacità di organizzazione e concentrazione, mentre gli studenti più maturi sostengono che è la padronanza di quanto appreso a costituire il miglior indice di efficacia del metodo utilizzato.
I risultati dunque evidenziano come la differenza tra uno studente abile ed uno meno efficace non risiede tanto nella quantità di strategie utilizzate, quanto piuttosto nella qualità del suo comportamento strategico.

Recentemente il concetto di strategia si è evoluto, considerando come fondamentale, oltre che la capacità di utilizzo, la consapevolezza e la conoscenza metacognitva degli studenti in relazione alle strategie di studio. Un costrutto che ha acquisito importanza crescente è quello di “coerenza strategica”, definita come la capacità di uno studente di utilizzare strategie valutate effettivamente come le più valide e non utilizzare quelle considerate meno efficaci (De Beni e Moè, 1997). Le convinzioni di uno studente circa l’efficacia di certe strategie derivano da valutazioni ed esperienze personali e rappresentano il proprio sé ideale, ovvero le caratteristiche che egli attribuisce ad uno studente particolarmente efficace. Le valutazioni d’uso di una strategia invece riflettono la stima effettiva delle strategie che vengono realmente messe in atto. La coerenza strategica è data dalla distanza tra le valutazioni di efficacia e quelle di uso di una strategia che, nell’ambito delle valutazioni di sé, corrisponde alla discrepanza esistente tra Sé reale e Sé ideale. Un’eccessiva discrepanza e dunque un basso livello di coerenza strategica è fonte di delusione e insoddisfazione e può tradursi in una situazione di reale disagio psicologico (Moè, Cornoldi, De Beni, 1998, 2001).

Leggi anche la parte terza di questo articolo.

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