La Terapia Familiare nel Disturbo Bipolare

Dr.ssa Chiara de GiorgiLa Terapia Familiare nel Disturbo Bipolare: essere assieme nella malattia
A cura della Dott.ssa Chiara De Giorgi

 

Il Disturbo Bipolare (DB) è un disturbo della psiche che si riflette su due componenti dell’individuo: l’umore e il comportamento.

L’epidemiologia interessa 1-3% della popolazione, e l’insorgenza può verificarsi fra l’adolescenza e la prima età adulta. Non è stata riscontrata differenza nell’incidenza fra maschi e femmine. L’unica differenza sembrerebbe caratterizzare l’episodio di insorgenza che per gli uomini si verifica come stato maniacale, mentre per le donne generalmente come depressivo.

Cos’è quindi il Disturbo Bipolare?

Come precedentemente accennato interessa l’area umorale e ne influenza la produttività dell’individuo, la sua creatività e le relazioni interpersonali. Le manifestazioni possono essere multiformi, con alta recidiva e alto rischio di suicidio. L’umore dell’individuo affetto da bipolarismo oscilla tra episodi maniacali o ipomanicali, che possono perdurare da una a due settimane, ed episodi depressivi che invece possono variare nella durata da giorni a mesi. Si caratterizza come un disturbo cronico, che perdura tutta la vita e che necessita quindi di costanti cure per chi ne soffre.

I sintomi che spesso si riscontrano nella fase maniacale:

Euforia, irritabilità, reattività, sensazione di grande forza e di energie, accelerazione del pensiero, idee grandiose su di sè, sensazione di avere poteri speciali, diminuzione della capacità di giudizio e autocritica, maggiore attenzione e attività sessuale, diminuzione delle ore di sonno e della necessità di dormire.

I sintomi della fase depressiva:

Stato d’animo depresso o apatico, forza e attività ridotte, ansia, capacità di pensiero rallentata, sensazione di essere soli, sensazione di colpevolezza e disistima, pessimismo, pensieri suicidi, alterazione dei ritmi del sonno e dell’appetito.

Il passaggio da uno stato all’altro non è mai netto nè tantomeno scontato: possono verificarsi stati intermedi caratterizzati da umore in equilibrio detto eutimico; rapidi passaggi da uno stato all’altro in cui l’individuo sperimenta un aumento della frequenza degli episodi (quattro o più in 24 mesi) detto “rapida ciclicità”; oppure infine episodi misti, in cui il paziente sperimenta contemporaneamente manie e depressione che si ripercuotono sull’umore e sulle attività che cambiano rapidamente.

In clinica sono note diverse forme che il DSM-IV e l’ICD-10 chiariscono come un continuum del disturbo la cui discriminazione viene effettuata nel proseguo della malattia. Le diverse forme sono: Disturbo Bipolare di I tipo, caratterizzato da almeno un episodio misto o almeno un episodio depressivo maggiore e uno maniacale; Disturbo Bipolare di II tipo, ha un decorso clinico connotato da uno o più episodi depressivi maggiori, interrotto da uno o più episodi ipomaniacali spontanei; Disturbo Ciclotimico avrebbe invece diversi episodi ipomanicali che si alternano a periodi in cui si riscontra la presenza di sintomi depressivi ma che tuttavia risultano insufficienti per poter diagnosticare una Depressione Maggiore.

Le cause:

Sembrerebbero essere molteplici. Si riscontrano fattori biologici, genetici e ambientali. Il modello che meglio spiega l’eziologia del disturbo è quello bio-psico-sociale che prevede per l’appunto l’interazione di svariate cause. Il ruolo biologico e genetico è stato dimostrato scientificamente e ha un suo peso sulla vulnerabilità dell’individuo. La vulnerabilità è suscettibile agli eventi esterni, dal peso soggettivo che hanno sull’individuo e che vanno ad incidere sulla slatentizzazione del disturbo.

La terapia del Disturbo Bipolare è primariamente farmacologica, stabilizzatori dell’umore e antidepressivi, che mirano a ridurre la frequenza e la gravità degli episodi maniacali e depressivi nonchè una recidiva futura.

Perchè quindi si parla anche di una terapia psicologica?

Il supporto psicologico nasce dall’evidente difficoltà collaborativa del paziente. La scarsa compliance unita ad un inadeguato supporto sociale porterebbero l’individuo ad abbandonare frequentemente, se non del tutto la terapia farmacologica. Diversi studi stimano che una percentuale tra il 30 e il 54% di persone con DB abbandona il trattamento (Newman et al. 2005), e la causa che maggiormente vi si riporta sono gli stressor sociali che incidono negativamente sull’attivazione dell’umore provocando episodi ricorsivi di depressione o mania. Altri fattori di rischio alla compliance sembrerebbero essere anche gli effetti collaterali legati ai farmaci, mentre sull’aspetto più personale vi si ritrova che la compliace aumenti con l’aumentare dell’età e viceversa e che gli uomini siano più propensi ad abbandonare il trattamento. La terapia psicologica aiuterebbe a non negare quella farmacologica e a non negare la gravità del disturbo come spesso accade per quei pazienti che fanno drop out e ad avere quindi maggior costanza e motivazione, riducendone così le ricadute. Inoltre la terapia psicologica agirebbe anche sul funzionamento psico-sociale dell’individuo migliorandolo qualitativamente.

Quale terapia?

Sebbene una delle terapie più applicate e funzionali sia la Terapia Cognitivo-Comportamentale (TCC), si è riconosciuta anche l’importanza della terapia centrata sulla famiglia (TCF).

Cos’è la Terapia Centrata sulla Famiglia:

Partendo dall’assunto innegabile che il Disturbo Bipolare, come qualsiasi altro disturbo psichiatrico, è un forte motivo di stress sia per il paziente che per i familiari, la TCF è una trattamento che riprende quello familiare della schizofrenia di Falloon. Goldstein e Miklowitz pensarono di adattare questo approccio ai problemi familiari del DB per modificarne i fattori di rischio i quali possono predire un andamento sfavorevole della malattia. Questo intervento di psico-educazione cerca di ristabilire nel nucleo un certo equilibrio interrotto o andato perduto per via delle difficoltà apportate dal Disturbo Bipolare. La famiglia quindi viene posta al centro dell’attenzione cercando di individuare quei fattori che renderebbero tale ambiente disfunzionale. L’obiettivo della TCF è intervenire su questi fattori e ridurre il rischio della malattia. Tra quelli salienti spicca il livello di emotività espressa, ovvero una serie di atteggiamenti familiari (tendenza alle critiche, ostilità, ipercoinvolgimento emotivo ect.) che se presenti ad alti livelli possono concorrere allo sviluppo del disturbo o ad una sua maggiore recidiva. È stato difatti dimostrato che il ritorno di un paziente, dopo un periodo di ricovero, presso la sua famiglia caratterizzata da alti livelli di emotività espressa aumenta notevolmente per lui la possibilità di sviluppare un nuovo episodio e di aver necessità di un nuovo ricovero (Kavanagh, 1992; Butzlaff & Hooley 1998; Goldstein et al., 2002).

Un altro fattore saliente farebbe riferimento alle interazioni fra i membri, ovvero nello stile affettivo (la qualità affettiva della comunicazione verbale della famiglia verso il paziente) e nello stile di stile di coping (la qualità emotiva della comunicazione verbale del paziente verso i membri della sua famiglia) (Miklowitz et al., 1988).

L’obiettivo fondamentale della TCF è aiutare il paziente ad accettare il trattamento farmacologico migliorandone quindi la compliance e inoltre, aiutare lui e i suoi familiari a integrare le esperienze associate agli episodi del disturbo facendo comprendere la vulnerabilià del paziente alla recidiva, al fatto che il disturbo non si esaurisca nel singolo episodio ma che vada cronicizzandosi. La TCF aiuterebbe il nucleo a far fronte agli eventi stressanti e a ristabilire delle relazioni funzionali attraverso l’insegnamento di strategie che favoriscano una comunicazione sincera e un ascolto attivo.

La TCF è caratterizzata da 4 fasi principali per un totale di 21 sedute nell’arco di nove mesi:

  • Fase di informazione (modulo psicoeducativo);
  • Fase di training per migliorare le strategie comunicative;
  • Fase di training per potenziare le abilità di problem solving;
  • Fase di intervento sulla crisi.

E’ un tipo di intervento psicologico che può essere applicato ai pazienti ricoverati nelle strutture e a quelli che restano in casa ma che necessitano comunque di cure specifiche. Gli incontri possono avvenire in questi due ambienti e l’invio solitamente succede ad un episodio acuto del Disturbo. Quest’approccio ha dimostrato di poter allungare gli intervalli di normalità prima delle ricadute nei malati adulti, più di quanto non facciano la farmacoterapia o interventi psicoeducativi individuali brevi o di pari intensità.

La TCF non prevede nè limiti di età ne limiti strutturali inerenti al nucleo familiare.

Il terapeuta all’interno della relazione avrebbe un ruoto attivo e di guida, accompagnando il paziente e i familiari per tutto il percorso che prevede il trattamento. Infine, considerando che nessun intervento psicologico è condotto separatamente da uno farmacologico in quanto indispensabile al Disturbo stesso, si presuppone che terapeuta e medico siano costantemente in comunicazione e che il lavoro svolto da entrambi sia un lavoro di sinergia.

 

Bibliografia

  • Basco MR (2006). The bipolar workbook – Tools for Controlling Your Mood Swing. The
  • Falloon IRH, Boyd JL, McGill CW (1984). Family Care of Schizofrenia. Guilford, New York.Guilford Press, New York.
  • Giovanni Fioriti Editorie “Il Disturbo Bipolare”
  • Osmano Oasi, Sara Sainaghi-Dip. di Psicologia, Università Cattolica di Milano, Italia-Psichitria di Comunità Vol VII – N°2-Giugno2008 pp 98-104

 

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