La terapia provocativa

Titolo: La terapia provocativa
Autore: Frank Farrelly e Jeff Brandsma
Edizioni: Astrolabio-Ubaldini
Prima pubblicazione: 1974

Recensione del Dr. Jacopo Campidori


In questo testo viene descritta la tecnica psicoterapeutica ideata da Frank Farrelly, definita da lufai stesso “Terapia provocativa”. Alla descrizione della teoria, delle tecniche, dei metodi utilizzati, si affiancano numerose trascrizioni di sedute che mostrano le dinamiche messe in atto tra il paziente e lo psicoterapeuta. La terapia provocativa rappresenta una tecnica derivata da quella Rogersiana centrata sul cliente, ideata nella seconda metà degli anni ’60: una tecnica differente dalle molte in circolazione, innovativa nel suo genere, interessante, anche se in grado di dar facilmente adito a numerose critiche dal momento che per tutto l’arco della terapia si ricerca una spontaneità totale che può apparire anticonformista e poco professionale.

Il perchè di tali critiche è facilmente comprensibile: Farrelly osteggia i suoi clienti, si pone contro di loro, a muso duro, vis a vis con rabbia energica, strapazzando le sue vittime, come fossero dei criminali. A vederla dall’esterno la scena appare insolita, forse crudele, abituati come siamo al genere classico di terapie, al genere in cui il terapeuta siede pacatamente sulla sua sedia, ascoltando il cliente con comprensione e distacco, degnandolo d’ascolto empatico, intessendo la relazione con silenzi, cenni del capo e poche domande.

La terapia provocativa si mette agli antipodi delle terapie classiche, basate sull’insight: il terapeuta qui è stufo d’attendere che il paziente raggiunga da solo l’illuminazione, la soluzione dei suoi problemi, magari con analisi lunghe e interminabili, che facilmente sfociano in stalli da cui è impossibile uscire. Qui il terapeuta guida e spinge il paziente, lo sballotta, lo irride, lo mette di fronte ai propri scheletri, non lo compatisce, lo affronta apertamente, nel tentativo di spingerlo a reagire. Nella terapia provocativa non si seguono le solite regole, si picchia forte sotto la cintura, si guarda in viso il paziente e lo si morde duro sulla collottola; sta al paziente svincolarsi da tale morsa; sta al paziente scrollarsi di dosso il terapeuta, ribellandosi, arrabbiandosi e apprendendo a difendersi in modo appropriato. Nella terapia provocativa il terapeuta è un duro, e l’unico modo che il cliente ha per salvarsi, è essere ancora più duro, imparando a ribellarsi, magari adottando delle tipologie reattive differenti da quelle adottate nell’arco della vita, differenti da quelle che hanno portato il cliente a dover chiedere aiuto ad un terapeuta.

“Il comportamento del cliente nei confronti del terapeuta rispecchia in modo relativamente preciso i suoi schemi abituali di rapporto sociale e interpersonale”: per questo motivo il cliente è costantemente messo di fronte ai propri limiti, alle proprie idiosincrasie, in modo che nella relazione terapeutica possano emergere le dinamiche di risposta, difensive, d’evitamento, che normalmente fuoriescono in tali circostanze. A questo punto il paziente è costretto a mettere in atto le proprie tecniche migliori, le uniche che conosce, per difendersi dall’attacco dello psicoterapeuta, tecniche che si sono però dimostrate disadattive nella vita, o addirittura autodistruttive: il compito del terapeuta è focalizzarsi su particolari strategie autodistruttive del cliente, insegnandogli a resistere ai “colpi dell’avversario destino, e aiutarlo a elaborare modi più adattivi di affrontare i rapporti sociali”.

Il paziente secondo Farrelly è totalmente colpevole del suo disturbo, non è una vittima, anzi, è l’artefice primo della propria malattia. Farrelly è convinto che i clienti prendano il messaggio “io sono solo una vittima”, come un messaggio di rassegnazione, e che questi lo decodifichino poi nelle parole “non è colpa mia, sono in balia degli eventi sfavorevoli”. Al contrario in terapia provocativa si ritengono i pazienti responsabili, e questo per dar loro speranza e dignità. Il messaggio che il terapeuta vuol far passare è: “Datti da fare”, in modo che il paziente decida di prendere in mano la propria vita, risolverla, con grinta, motivazione, e armato nel modo più idoneo.

Anche la figura del terapeuta non è più la stessa, che non si pone docile a cercare un intesa terapeutica, un’alleanza costruita e fittizia atta a sprigionare un insight. Il terapeuta non sta attento al contro-transfert, se ne frega, dice ciò che gli passa per la mente, dice ciò che prova, ride se trova la situazione comica, esterna apertamente le proprie ostilità, se le sente proprie. Non si nasconde. Secondo la terapia provocativa questa condotta appare ai pazienti più umana, vedono la figura del terapeuta più reale, si sentono compresi perchè capiscono che il terapeuta non mente, che è sincero. Si trovano di fronte una persona che dice loro ciò che nessun’altro aveva mai detto, ma lo dice in una situazione protetta, controllata. Inoltre l’utilizzo di un linguaggio pesante e spesso irriverente ha una funzione importante: così facendo il terapeuta evita che il paziente utilizzi un determinato linguaggio per sbilanciare a suo favore una relazione, per mettere il terapeuta in una situazione d’inferiorità: il terapeuta usa lo stesso linguaggio per non essere soppiantato, per riprendere il controllo della situazione.

Paziente: Ho intenzione di darti un calcio in bocca e farti ingoiare tutti i denti giù per quella gola schifosa
Terapeuta (Guardando il paziente senza scomporsi): Ah sì? E cosa credi che farò, io, mentre mi darai un calcio in bocca e mi farai ingoiare tutti i denti per quella gola schifosa?
P. (Di malumore): Mi staccherai il piede con un morso.
T. (Annuendo e sorridendo): Ci sei, carogna!

In questa terapia viene fatto largo uso di messaggi provocatori, il terapeuta incarna il ruolo di Satana, e spingendo il paziente a continuare a peccare, a continuare col suo atteggiamento deviante, dà ragione dei suoi comportamenti insoliti, si fa carico della parte irrazionale del paziente. Il terapeuta si trasforma in terapia, diviene più irrazionale di quanto possa esserlo il cliente. L’unico modo che il paziente a per sfuggirne, è ribellarsi, di fronte alla realtà il paziente deve bloccare il terapeuta e dire basta! Vedendo il proprio disturbo sul muso di un’altro il cliente non può sopportarlo, e costringe il terapeuta a smetterla, comprende l’errore: vedendo se stesso trascritto nei modi dell’altro, il paziente si odia, odia il terapeuta e quei modi, non li sopporta e si mette in moto per distruggerli, superarli, metterli da parte: e in questo teatrino di contrasti, il paziente impara a fronteggiarsi, comprende le modalità d’azione sbagliati, si guarda con occhi diversi e da un’altra prospettiva, si mette in moto qualcosa dentro di lui, qualcosa che lo porta al superamento del problema, alla consapevolezza dell’esistenza di un problema.

Non vengono però utilizzate solo maniere brute o violente, dipende molto dal tipo di paziente che ci si trova di fronte: ad esempio anche lo humor riveste un ruolo primario in terapia provocativa. Lo humor è infatti utilizzato dal terapeuta in modo che il paziente impari ad affrontare temi personali, emotivamente pesanti, in modo diretto e genuino.

“Là fuori la vita è spesso dura, circolano gli sciacalli, guai ‘alle vedove e agli orfani’, là fuori.”, dice Farrelly, “Spesso, tra quanto avviene nello studio del terapeuta e la vita vera c’è poca o alcuna correlazione. E questo è un grande punto di forza della Terapia provocativa. Il terapeuta non invia mai il messaggio che un calore continuo, totale comprensione e lodevole genuinità saranno sempre all’ordine del giorno. Al contrario ‘mente’ al cliente, lo ‘rifiuta’ pieno di disgusto, talvolta lo ‘capisce male’ deliberatamente, tutto questo per ricreare in piccolo il cosmo sociale, e accrescere le probabilità di generalizzazione dell’effetto terapeutico”.

Una cosa che va considerata è che Farrelly utilizza questa tecnica, almeno per quanto è riportato nel testo, quasi esclusivamente con pazienti ospedalizzati, psichiatrici. Ciò potrebbe essere una scelta, potrebbe indicare che tale tecnica non è funzionale per tutti i casi, ma solo per alcuni soggetti predisposti, o per cui altre terapie standard non hanno avuto effetto.

In ogni caso il libro si legge molto bene, è una buona lettura, fa spesso sorridere, e ancora più spesso fa arrabbiare. A volte quel Farrelly sarebbe da prendere a schiaffi, a volte ci si vorrebbe sostituire a quella figura così fuori dalle righe. Ma a volte, costa ammetterlo, ti trovi a dar ragione a quel terapeuta così poco conformista, probabilmente perchè, come dice Farrelly, “Nel cuore di molti terapeuti passivi alberga un esperto di Terapia Provocativa che sta urlando per venire alla luce!”.

 


dr.campidoriJacopo Campidori, Psicologo e Psicoterapeuta di orientamento Cognitivo-Costruttivista. E’ nato nel 1978 a Firenze, dove attualmente vive e lavora. Direttore della rivista on-line di Psicologia “GliPsicologi.info“. Pratica la libera professione (terapia individuale con adulti, adolescenti e di coppia) presso il suo studio a Firenze.

Per appuntamenti o informazioni:
Studio: Firenze, via Cavour 64.
Tel.: 333 – 68 46 701
E-mail: jacopo.campidori@glipsicologi.info

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2 Responses

  1. Núria scrive:

    Buon giorno,

    Vorrei fare una domanda sulla terapia provocativa: conosco un terapeuta, traine in NLP, che lavora sulla linea del tempo, con MDR, etc. che applica anche la terapia provocativa con i suoi pazienti. Ma… è possibile che questo signora facia questa terapia fuori dal suo uficio, con qualcuno dei suoi amici, per propria iniziativa, in contesti non professionali, come una cena, una reunione di lavoro, etc.? Un esempio: a una ragazza cha conosco, amica sua che collaborava con lui in progetti professionali, con chi aveva passato le vacanze, insieme ad altri, con chi parlava al telefono diverse volte al giorno, ha cominiciato a trattarla diversamente di una settimana all’altra: subbitamente ha cominiciato a sgridarla per motivi strani e imprecisi, ha cominciato a dirgli cose come: “non hai referanza esterna: “non capisci quello che succede intorno a te”, “non identifichi le persone a chi avere fiducia: parli a gente che non lo merita”, “non capisci la diferenza tra la nostra relazione profesionale e l’amicizia, mescoli tutto! Devi parlare con la segrettaria, non con me”, etc. Dopo le sgridate, chiedeva scuse per aver stato troppo duro con lei, e combinava le sgridate con spreggio con l’afetto. Finché un giorno lei ha detto che aveva preso una decisione su un affair familiare, e lui ha detto: brava! sono molto contento di te! Adesso posso smetterla di farti terapia provocativa.Hai imparato finalmente a decidere per te stessa!

    Dopo qualche giorno, nel contesto di un corso di PNL (o NLP) dove lui era il professore el lei l’allieva, ha cominciato un’altra volta con lo stesso comportamento di spreggio e indiferenza. E poi, l’afetto era ogni volta più inesistente, e col tempo è diventato indiferenza. Adesso si vedono ogni tanto, per ragioni professionali, e anche se lui ogni tanto dice a lei che la vuole bene e gli da abbraci, lei capisce perfettamente che non è certo:perché non c“e nessuna mostra di amicizia: è morta durante il processo. Il risultato della terapia? non si sa… Guadagno? nessuno. Perdita? l’afetto e la complicità del suo meglior amico e la possibilità di lavorare insieme: lui non pensa più a lei per i progetti della sua impresa. Lei si sente molto peggio adesso che prima che lui cominciasse con questa pretesa terapia.

    Io vedo in questo caso diverse cose non professionali: lui ha cominciato questa “terapia” per conto suo, senza il consentimento della ragazza; lei è mentalmente sana, non ha problemi psicologici, soltanto aveva bisogno di un piccolo aiuto per una circonstanza vissuta che voleva imparare ad affrontare sse si presentava di nuovo nel futuro; lui ha fatto la “terapia” negli spazzi dove doveva esserci come amico: ha mescolato il ruolo terapeuta, amico, professore i direttore. E alla fina è scomparso di tutti questi ruoli nella vita di le.

    Non si è chiuso il processo, in realtà no è neanche cominciato, secondo lei. Lei ha lo stesso leggero problema cha aveva prima. Quindi… la domanda è: secondo Lei, questo era veramente “terapia provocativa” o semplicemente una attitudine agressiva per distanziarsi di questa ragazza?

    Spero la vostra risposta.
    Grazie!

  2. Mario scrive:

    Per me si tratta di un comportamento patologico che utilizza la professione per avere il dominio sugli altri. Purtroppo accade di frequente. Chiediti cosa spinge un ragazzo a scegliere psicologia? E la prima risposta deve essere: tutte le scelte hanno alla base motivazioni non razionali. Adesso credo che se vuoi puoi seguitare da sola. Ciao

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