Non riesco a socializzare

Buona sera.
Il problema fondamentale nella mia vita è che da anni non riesco (e precisamente da 6 anni) a socializzare con compagni di classe prima e compagni di università ora. Ho 20 anni sono oggettivamente una ragazza carina e simpatica, ma ho fondamentalmente un blocco dovuto ad un parere negativo che le ragazze e i ragazzi si fanno su di me al primo approccio.
Mi spiego meglio: a quanto pare ho un viso con un espressività particolare che, unita alla mia timidezza, mi fa sembrare una ragazza che se la tira e si sente superiore e, tutto ciò fa continuamente allontanare la gente. Io so di essere simpatica perché con le amicizie che si sono create nel giro degli anni e cioè hanno saputo andare oltre la prima impressione sono sicura di me stessa e apprezzata, ma con persone al di fuori appena noto che mi ignorano e non hanno intenzione di provare nemmeno a conoscermi nonostante io abbia fatto il primo passo, io scappo.Il problema in tutto ciò è che non capisco perché io debba avere così difficoltà a socializzare, dal momento che non ho nulla in meno degli altri, non sono complessata e non ho nessun problema grave anzi ho imparato ad essere molto forte, nessun giudizio mi scalfisce e sono continuamente ottimista e ogni volta provo a risolvere il problema con tutta me stessa, rimanendone delusa puntualmente. Sto rimanendo da sola, quando avrei così tanto da dare e da condividere e non so come fare… socializzare dovrebbe essere una cosa così semplice ma per me risulta veramente faticoso ogni volta.
Mi rivolgo a voi perché non so realmente come fare a superare il problema sembra essere un caso insolito dal momento che non si tratta solo di timidezza ma è dovuto anche dal mio viso e da ciò che esprime (cosa di cui io non mi rendo conto quando gli altri me lo fanno notare).
Grazie in anticipo.

Risponde il Dr. Jacopo Campidori

Cara Sara,
non sono d’accordo con lei quando sostiene che “socializzare dovrebbe essere una cosa così semplice”, perché penso che niente sia dovuto, che non esistano cose date a priori, che devono essere così punto e basta. No, al contrario credo che socializzare sia un’attività molto complessa, che richiede un duro lavoro ed implica conoscenze implicite delle dinamiche messe in atto. Socializzare richiede infatti una sincera conoscenza di sé stessi, dei propri limiti, dei propri pregi e difetti, oltre alla conoscenza dell’Altro, alla capacità di saper mediare un rapporto basato sul compromesso, alla capacità di mettersi nei panni altrui, senza però negare sé stessi. Senza questi ingredienti i rapporti diventano storie a senso unico, vicoli ciechi, cul-de-sac in cui inevitabilmente ci si ritrova soli a domandarsi dove mai siano finiti gli altri.
No, voglio ripeterlo, socializzare non è affatto un’attività semplice, nonostante alcuni la mettano in pratica in maniera più o meno naturale.

Inoltre lei sostiene che questo problema non è dovuto alla sua timidezza, ma ad alcune espressioni inconsapevoli che mostra col suo volto, come se “te la tirassi”. Io sono d’accordo con lei, per quanto riguarda l’idea che il suo problema derivi dalle sue espressioni, ma sono anche convinto che queste, a loro volta, derivino proprio dalla sua timidezza. Proverò a spiegarmi meglio.
Deve sapere che ogni volta che non ci si mostra per quello che si è, ogni volta che ci si nasconde dietro una facciata, ogni volta che si interpreta un personaggio, vuoi per timidezza, vuoi per necessità, stiamo in qualche modo mentendo, agli altri, oltre che a noi stessi. Ma anche mentire non è una faccenda così semplice, come uno potrebbe pensare. Possiamo fingere di essere in una certa maniera, possiamo cambiare il modo di parlare, quello che diciamo, la mimica, la prosodia, atteggiarsi in determinate posture, ma una cosa non riusciremo mai a nascondere: l’espressione del nostro volto, la voce dei nostri occhi. Volenti o nolenti, gli occhi sono lo specchio dell’anima. Possiamo mascherarci, ma inevitabilmente i nostri occhi parleranno per noi, e di noi.

Con questo non intendo dire che lei sia in realtà come viene mostrata dalle sue espressioni facciali. Dico solamente che gli individui che si trova davanti evidentemente percepiscono delle incoerenze fra il suo modo di porsi e ciò che mostra il suo viso, colgono delle dissonanze tra ciò che tenta di dare e ciò che effettivamente arriva all’interlocutore. La mia idea è che le persone, in maniera semplicistica, elaborino questi messaggi in maniera negativa, come se dentro di loro sentissero che qualcosa non quadra, come se questa dissonanza le turbasse, interpretando questa incoerenza come un segnale che dice: “se la tira, si sente superiore”.

Il secondo campanello d’allarme che ho notato leggendo la sua lettera, è una tendenza di fondo a proiettare il problema lontano da lei, come a volersene liberare, come se non volesse assolutamente assumersene la colpa: sostiene di essere simpatica, carina, di essere colma di cose da dare e da ricevere, e ASSOLUTAMENTE di non essere la causa dei suoi mali. Il problema, sempre secondo quanto sostiene lei, è dovuto al massimo a delle espressioni involontarie (quasi come se non fossero le sue) e molto alle persone (che sono superficiali e non vanno in profondità), nonostante lei ci provi in tutti i modi. Il messaggio che mi arriva leggendo la sua lettera è: “la colpa non è mia, la colpa è sempre degli altri”.

Con questo non voglio dirle che al contrario la colpa è sua, sto solo dicendo di non escluderlo a priori: all’interno di una relazione nessuno è mai assolutamente innocente o totalmente colpevole, ma al contrario rappresentiamo sempre una quota notevole di forze positive e negative. All’interno di un litigio ad esempio, se ci guardiamo bene dentro, difficilmente usciremo del tutto innocenti, abbiamo sempre un ruolo all’interno di una dinamica relazionale. La relazione con un’altra persona è come un ballo a due, magari può scegliere di lasciarsi trasportare, ma se inciampa la colpa è anche sua.

Il passo principale da fare quindi, è rendersi conto che il problema è un suo problema, nel senso che riguarda lei. Non può cambiare gli altri, può soltanto lavorare su se stessa. Sono convinto che impegnandosi per risolvere i suoi problemi di timidezza, risolverebbe  di conseguenza anche i suoi problemi di “espressività”. Cominciare a mettersi in dubbio sarebbe un buon inizio per un cambiamento.

Potrebbe, ad esempio, provare a tuffarsi in qualche attività che stimoli la sua timidezza, che la metta alla prova, costringendola a mettersi in gioco: un gruppo teatrale, tanto per dirne una, potrebbe essere un buon inizio, sarebbe costretta a superare alcuni blocchi legati all’emotività, ed inoltre sarebbe il luogo ideale per tessere nuove amicizie, allontanando quella bestia bieca della solitudine.

Oppure, se proprio pensa di non essere in grado di riuscirci da sola, potrebbe provare a rivolgersi ad uno specialista, uno psicologo potrebbe aiutarla a fare luce su alcuni lati oscuri, dissodare alcune aree problematiche che assolutamente non possono essere trattate né risolte con una lettera.

Nella speranza di esserle stato d’aiuto, rimango disponibile per qualsiasi ulteriore domanda.
Dr. Jacopo Campidori


dr.campidoriJacopo Campidori, Psicologo e Psicoterapeuta di orientamento Cognitivo-Costruttivista. E’ nato nel 1978 a Firenze, dove attualmente vive e lavora. Direttore della rivista on-line di Psicologia “GliPsicologi.info“. Pratica la libera professione (terapia individuale con adulti, adolescenti e di coppia) presso il suo studio a Firenze.

Per appuntamenti o informazioni:
Studio: Firenze, via Cavour 64.
Tel.: 333 – 68 46 701
E-mail: jacopo.campidori@glipsicologi.info

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2 Responses

  1. cinzia scrive:

    salve sono una ragazza di 34 anni e un periodo di tempo che non riesco a stare in mezzo alla gente mi sento in imbarazzo mi manca il respiro quando io non ero cosi ero una ragazza spigliata scherzosa facevo ridere tutti….ora sono cambiata e non so propio il perche di questa situazione vi prego rispondetemi al piu presto grazie….

  2. Marco scrive:

    È vero che i problemi di socializzazione sono principalmente dei nostri problemi, ma non ritengo corretto escludere completamente dall’equazione l’influenza che l’ambiente circostante ha sulla nostra abilità di fare amicizia.

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